lunedì 6 ottobre 2014

[Messaggio di servizio definitivo]

Torno finalmente a scrivere la mia su lidi elettronici per segnalare che finalmente sono riuscito a trovare tempo e volontà per trasferire la mia dimora da Blogger a WordPress. Contestualmente, come probabilmente avrete modo di vedere, cercherò anche di far sì che i pensieri da me pubblicati siano più fruibili, più personali, più legati all’intimo di ciò ch’è la ricerca d’un poeta impenitente. Il programma, per il resto, dovrebbe più o meno rimanere lo stesso.

Tempo permettendo ho ancora l’idea di aprire un blog sorello in inglese per le questioni più specificamente filosofiche; ma vedremo.
Perintanto vi auguro una moderata quantità di gioia e successo (quanta ne possiate sopportare), e vi rimando, se tutto va bene, a fra una settimana.

Il link del nuovo blog, da oggi fino a nuovo ordine, sarà http://studiodalvero.com/

venerdì 15 agosto 2014

[Messaggio di servizio]

In attesa di riorganizzare meglio questa attività (mi piacerebbe trasferire qualcosa in un blog fratello in inglese, ma ancora non so bene come) e per via di impegni materiali e soprattutto immateriali (non dimandare), le ferie sono di necessità prorogate ancora un pochino.

Se tutto andrà bene, ci si rivedrà in qualche modo a settembre.

giovedì 3 luglio 2014

[ferie per chiuso]


Cenni di orientamento nel casino che è la cultura (parte III)


Quello che rimane.

Non rimane più niente da dire. Idealmente, del resto, qui non rimarrebbe più niente proprio. La prateria della disappropriata produzione di senso in seno alla verità umana è qualcosa di strutturalmente non delimitabile. In effetti, può darsi che nel percorrerla saremo magari visitati dalla peculiare consapevolezza che è la produzione stessa che dice noi - mercé il saussuriano e poi ancor più wittgensteiniano rapporto fra significante, altro e significato - di modo che il lavoro stesso trovi la propria creatività nello sgambettarsi e giocarsela con il "supposto sapere"; una sorta di plusvalore del pensiero, per il quale forse non dovremmo più nemmeno pensarlo attivamente. A sorpresa, la meta della nostra odissea sarebbe allora la dispensa dall'occuparsene. Ciò non sarebbe altro che il rovescio del limite interno ad ogni discorso culturale, inteso come il nocciolo duro che "non cessa di non scriversi" nel tuo parlar d'altro, e che altro non è, in fondo, se non la verità di ciò che, parlando, stai facendo. La filosofia, il discorso metadisciplinare o la logica del tuo lavoro non sarebbero altro che la dicibilità stessa di questo nucleo, da effettuarsi al momento di aprire un discorso nuovo; una logica, verrebbe da dire, come attrito costitutivo, la cui stessa formulazione provocherebbe un mutamento di paradigma, perché si limiterebbe a dire qualcosa che finora non era possibile pensare ma che era al tempo stesso il corpo superevidente della pensabilità. Questa logica forse, nel suo essere perennemente in viaggio, perennemente priva di un contenuto che non sia il proprio autosuperamento, potrebbe essere adatta a rendere l'idea del processo di crescita culturale. Può darsi che un autore come Deleuze, per citarne solo uno, abbia lavorato in questo senso (per quanto io per ora ne sappia). Come può darsi che il tuo stesso viaggio sconfesserà tutto quanto hai letto qui. Ma quello che qui hai letto non sarà stato vano. Finalmente, infatti, tu non potrai non rimasticare pure me, gettandoti ancora una volta au fond de l'Inconnu pour trouver - di nuovo - du nouveau.

PS. Carmelo Bene era un genio e un maestro terrificante (e pessimo). I miei link, se tutto va bene (male (Bene)) vi forniranno diversi incredibili problemi.


Prossimamente su questi schermi: niente.

Con la presente, opportunamente in ritardo di un giorno - ché la puntualità m'è donna - si chiude una prima stagione breve (come il secolo) di questo piccino bloggino. Gli affari riapriranno pressappoco intorno a ferragosto. Abbiate nel frattempo pietà di voi stessi, e spendete, voi, miei due dolci lettori (e qui, purtroppo, non è modestia) un ricordo per me!

sabato 28 giugno 2014

La sosta (festa del primo maggio) (primavera 2014)

Viale dei Colli si snoda geometrico.
Ma come sono...
La vita umana è agghiacciante.
Ricchezza dello spirito. La mente.
Rallenta.
Mi fermo? Il tempo è la forma del...
Il pensiero è, la forma è,
del sè stesso, o era...
Via mi fermo. Poi
mangio, meglio qui.
Il sudore addosso, esausto
degli amici laureati
d'altri, sessualizzati,
vitrei: la festa di oggi. Mi fermo
nel vento cavo della vetta,
a San Miniato al Monte,
a camionate i turisti sul piazzale,
come la vertigine d'Abelardo
- prima e dopo -
si squadernò sola
nella follìa di Notre-Dame.
Lui, lei, lui, lei, lei,
occhi da orientale
"che nascondono emozioni e
sguardo limpido d'aprile",
a scanner,
darkly, in the grotto,
to incubize a Delfo fiorentina
- vitrei;
ove poi esplode una stella danzante,
del caos primordiale,
e mi ci calassi, magari,
stark raving mad, contento
di questi accordi lunari
(io monitor neon ragazzino),
che sulla scalinata risonan,
a tanta parte della città;
guardala: lì,
che s'apre ben bene, rotonda,
primordiale, dal passato che è,
al futuro che sarà stato... o
com'è che era? Si protendeva?...
Ma che vento, veramente, ora mi porta via, via,
- ma che freschino -
e chissà, eh, se dopo lo scriverò,
(un bar)
con la paratassi d'Ezra e Adorno,
o senza,
wrought, la foudre, Byron,
classico ottocento.
O mai.
Solo,
con la folla che brusìa cocciuta,
sbrodolante sulle note, sento...
un'emozione - buono via -
forse.
Santo vuol dir separato;
colare, così, a picco, lento.
Pago.

Come sono solo. Che ore sono?
Verso le otto, mangiato un panino,
ho speso qualcosa alle porte della notte.
La macchina, sopra, dai frati,
via via andiamo: farò
a casa, giù,
là sotto.

mercoledì 25 giugno 2014

Cenni di orientamento nel casino che è la cultura (parte II)

La disciplina del guado

Benvenuti nella cultura in senso proprio. Ho la sensazione che non molti arrivino da queste parti, professori compresi. Qui lo scenario si complica: infatti qui cultura significa esigenza di coltivazione di sè mediante il forgiarsi di una strada nel caos, o anche l'inverso, che è la stessa cosa. E' essenziale che ci si renda conto che questo tipo di perdizione fa parte integrante del processo, e anzi nel corso del tempo ne diventerà la parte più interessante. Lo so, all'inizio il tutto era nato per l'esigenza di una "risposta", di una "soluzione", di un "interesse" specifico, che si presumeva avesse una fine. Ma quella era l'esca necessaria perché tu uscissi dal tuo guscio. Ora, invece, sei fra i grandi.
Traccerò anche qui tre consigli di base - in questo caso, però, non tanto in un ordine più o meno cronologico, ma semmai in un ordine di priorità logica: vale a dire, poiché i procedimenti che si metteranno in atto in questa fase sono più psicologici che materiali - non lineari e scarsamente algoritmizzabili - quelle che darò sono delle vaghe linee guida su dei principi fondamentali che potrebbero anche susseguirsi cronologicamente, ma che più in generale varrà semplicemente la pena di tenere presenti in quell'ordine di priorità. Va da sè che, in questa fase ancora più che nella precedente, ogni pretesa di completezza è volata fuori dalla finestra.

- Primo: rinunciare alla conoscenza. Questo passo è già piuttosto difficile, ma al tempo stesso è cruciale. Molte persone, giunte da queste parti, tendono naturalmente a cercare opinioni "forti" tramite cui assicurare la propria illusoria identità ad un'ipoteca di sicurezza (la cui verità ovviamente è la schiavitù). Che sia esoterismo, politica o l'ultima moda in tema di filosofia della mente - tutto pur di non prendere atto dell'infinito. Solitamente - e parlo anche per esperienza personale - questo tipo di reazione va a infilarsi in orrendi cul de sac fatti di enormi difficoltà psicologiche stirate fin quasi al punto di rottura. Guardati dagli eccessi della "coerenza". Al contrario, il processo che a noi qui interessa è un po' diverso: di nuovo, rinunciare alla conoscenza. Questo significa che si deve perdere ad un certo grado la fiducia che finora si era riposta in ciò che si stava studiando e apprendendo, e così facendo si deve accettare di perdere il potere (del tutto immaginario) che si pensava ad esso connesso. L'oggetto inafferrabile del desiderio (sì, di nuovo il vecchio primo punto), da vicino che sembrava, di colpo si fa completamente inafferrabile. E' un colpo basso, ma lo devi buttare giù. Avrai la sensazione di aver studiato e penato per niente, ma lo devi buttare giù. Quando avrai cominciato a dimenticare i dettagli o i libri o le nozioni imparate a memoria, avrai la sensazione di essere al punto di partenza (non è vero niente): butta giù. Il momento della confusione totale e del senso di essere completamente ignorante di tutto è il battesimo del fuoco di cui hai bisogno.

- Secondo: accorgersi della vita. Quasi inevitabilmente il passaggio alla sfera dell'infinito e la crisi della conoscenza come acquisizione cumulativa di controllo che esso comporta ingenereranno l'insorgere, all'interno di una sfera dell'io completamente investita nel "progetto cultura" - qualunque fosse la ragione originaria per investirvisi - ampie difficoltà psicologiche. In altre parole, questo è il momento in cui la vita inconscia, che, tramite il primo punto della prima fase, stava in effetti, non vista, alla base dell'avvio dell'intero processo, si riavvicina e quasi collide con la vita conscia, sfasciando le strutture di supporto del soggetto (che ancora non si comprende come impossibile e sempre da farsi). Questa fase è senza dubbio la più critica e dolorosa del processo. Può, in effetti, benissimo comportare il ricorso a psicoterapeuti e/o psichiatri vari. Il mio consiglio in merito è di non esagerare: si deve cioè comprendere che il loro ruolo può essere solo di coadiuvanti ad un riadattamento alla vita quotidiana; essi non possono risolvere il problema della "cultura" per te. Ma proprio l'incontro-scontro con la vita quotidiana deve diventare ora il tema centrale del processo. Quasi come se tutto quanto si fosse fatto finora fosse in effetti solo un elaborato trabocchetto per ricondurti a te stesso (non lo è, ma sembrerà così), la conseguenza primaria del reiterato rinunciare alla conoscenza, dell'alzare le mani e arrendersi, dello scoprirsi poveri, i più poveri, deve riportare violentemente il fuoco dell'attenzione proprio su ciò che nei mesi/anni/decenni precedenti era rimasto apparentemente sullo sfondo, negletto in quanto (si pensava) già superato: appunto, la vita quotidiana. La vita, viene da dire, "reale", di fronte a quelle che ora appaiono le "illusioni" della incontrollabile proliferazione dei punti di vista. Potrà sembrare, così facendo, di sigillare una definitiva rinuncia alla "cultura"; e sarà quasi così. Ma c'è un piccolo particolare di cui solo più tardi ci si ricorderà: tutti i problemi psicologici che ora stanno come diaframma fra te e la vita "normale" sono, in effetti, nient'altro che la raffinazione del tuo primo movente ad intraprendere la ricerca culturale stessa. Essi sono, a tutti gli effetti, il prodotto della tua ricerca, finalmente defunti dalla dimensione dell'astratto e nozionistico e in procinto di incarnarsi nella tua vita. A prenderli come la vera e propria tesi di laurea che ti aspetta, non ci si sbaglierebbe troppo, e questo anche se finora pensavi che si trattasse solo di studiare la storia della musica o l'etnologia dei nativi di Bali.

- Terzo: passare alla creatività. A questo punto, cioè, il compito, per quanto difficile e a volte doloroso, è segnato: si tratta di riuscire a far combaciare la dimensione patologica inaugurata dal disadattamento costitutivo frutto del passaggio alla sfera dell'infinito culturale con la propria vita concreta - fino, nel caso tu sia un genio e/o un po' folle, a non avere più quotidiano. A riguardo nutro la personale idea che ogni mezzo debba essere considerato lecito. Vale a dire che - fatto salvo un utilitaristico rispetto delle leggi e il massimo possibile di rispetto per gli altri, che dopo tutto stanno affrontando a loro volta un'odissea simile - è necessario in questa fase lasciare un po' fra parentesi le tentazioni di chiudersi a riccio intorno ad un'etica prestabilita o, Dio ce ne scampi, addirittura ad un qualche moralismo. Si tratta, in effetti, della stessa tentazione a livello pratico che trovavamo a livello teorico al primo punto. Lascia stare, non fuziona: se segui quella strada peggiorerai e non caverai un ragno dal buco. Il fatto è che in questa fase, costitutivamente, dovrai renderti conto che l'infinito sconvolgente a livello teorico-culturale riguarda per l'appunto e già fin dall'inizio la stessa dimensione pratica della vita. Di modo che l'abitudine, le leggi, le etiche dovranno, in questo processo di adattamento selvaggio al disadattamento costitutivo, rivelarsi per quello che sono: ausilii e sostegni, non regole assolute atte a censurare il pensiero. Detto in altre parole: si tratterà di scoprire che in etica si ragiona sempre "a posteriori" - un po' come per la filosofia secondo Hegel. O, il che è simile, si tratterà di scoprire che l'etica - guarda caso, proprio come la cultura - è un cantiere aperto, mai finito, sempre in costruzione. Credo che questa assunzione su di sè dell'infinito (in cui, non si dimentichi, "è dolce il naufragar") sia la capacità che più di tutte permette di inserirsi nella vita culturale dell'umanità. Di qui in avanti si stende la prateria accidentata e fascinosa della produzione del senso, quanto a dire ciò che sporge dal rapporto fra tu-persona e tu come soggetto di enunciazioni sempre da superare. Ed ora vedrai che tutto ciò che avevi studiato tempo addietro, unitamente a quanto ancora come un bambino studierai, ritornerà non più come albatross del controllo a chinarti la testa, ma semmai capacità di spiccare il volo dell'albatross che tu sei, reggendoti proprio sulle correnti del senso secreto dai voli di chi ti ha preceduto. Con un'avvertenza: guardati bene dal credere che, per l'appunto, si tratti di un processo finito ed esauribile, in cui si possa trovare una qualche perfezione. Se vogliamo il segreto finale è proprio questo: che ci saranno sempre difficoltà psicologiche, sempre qualche incoerenza fra teoria e prassi, sempre qualcosa da pensare o da fare. Ma per l'appunto ciò, se finalmente riesci a mandarlo giù, è l'ultimo boccone degli spinaci atti a rendere il tuo corpo, finalmente, relativamente, ma sacrosantamente creativo. Benvenuto a casa.

domenica 22 giugno 2014

Hysteria-Processor


Il tema della follìa fu caro alla mia adolescenza anche perché ricordo vagamente come quello fu il nome che detti al corso di pensiero che, avendo bisogno di una scusa per sentirmi libero, imboccai sotto l'egida del "non avere paura della morte". Era infatti una sorta di enigma e di sfinge quello per il quale, stando da cani, ero uso a numerose fantasie suicide, ma subito il senso di colpa, il terrore e lo sgomento bloccavano anche quelle. Il figlio dell'uomo non aveva davvero dove sbattere la testa, e fu per l'appunto il pensiero della "follìa" quello che forse per primo mi aprì la sfera della creatività e di un pensiero vagamente sensato. Non avere paura della morte - il pensiero folle - era infatti per me anche e surrettiziamente non avere paura della follìa stessa, lasciando così che il mio inconscio dicesse (o strepitasse, l'istericone) quello che aveva da dire. Su questa falsariga - e sulla mia incipiente sindrome ossessiva compulsiva e/o disformismo psicologico - nascevano poesie come questa.


My Skin

Dry

Sharp Paper

Itching

Through my Sores

Entirely.


Non dirò molto altro. Penso, tutto sommato, che queste piccole illuminazioni epigrafiche siano le poesie più riuscite di quel mio periodo. Nascevano tutte insieme, come un lampo - lampo che a volte ancora io dilaziono su versi e giri più ampi, ipnotico - e come un lampo si inabissavano nel "già scritto", senza che nemmeno io potessi comprendere fino in fondo il perché di quelle parole. Qui in particolare potremmo dire del senso di deformazione del corpo - eternato dall'affastellamento di maiuscole e dalla spezzettatura versale - che disperatamente avevo bisogno di lamentare, non avendone parole; o potrei parlare della carta stessa della scrittura, che si faceva terribilmente sharp proprio per penetrare, timidamente, laddove la mia ragione non arrivava. Potrei forse cercare di fare un'analisi di come la ricorsività domini - ma senza metalinguaggio! - questo autoriferimento sfaldantesi nella oniricità di un grido. Ma non lo farò, se già non l'ho fatto. Poesie come questa, bella o brutta che sia, rimangono per me come icone, di cui altri, ma non io, potrebbero occuparsi.

mercoledì 18 giugno 2014

Cenni di orientamento nel casino che è la cultura* (parte I)

*scritto da un tizio qualsiasi di cui non necessariamente fidarsi - quanto a dire un messaggio dall'universo stesso.

Introduzione.

L'idea è semplice: mi sono reso conto, parlando con le persone, a più riprese, nel corso degli anni, che quasi nessuno ha veramente una vaga idea di quanto vasto, complesso e insidioso sia il mondo della cultura umana. Affine alla frana di un infinito su di un altro, esso è forse il principale attentato alla salute mentale del tranquillo ancora biologico homo sapiens - finché, appunto, non si picca di capirci qualcosa sul senso della vita e, invece di chiudere il becco e andare a fare ricerca scientifica su argomenti che non gli interessano, si sforza di acquisire un certo dominio su qualche campo della storia espressiva umana: dalla letteratura alla filosofia, passando per tutto il resto.
Ah, dominio, che brutta parola. Già indica un fattaccio. Il dominio sull'infinito è infatti forse la forma di uno dei problemi caratterizzanti la modernità: confondere l'impossibile con un'esigenza biologica. Le istituzioni lo risolvono "fuorcludendo" (per dirlo in modo brutto e lacaniano) il soggetto: ecco l'università - dove appunto puoi studiare solo ciò che non ti interessa in un modo deciso da altri (sulla base del fatto che non gli interessa). Ma cosa accade se invece tu degli interessi - dei desideri - ce li hai?
In breve, ho deciso di realizzare questa piccola mini-guida, interamente e non scientificamente basata sulla quantità assurda di mie esperienze sottoscritte, a uso e consumo di chi stia pensando che tutto sommato questa cosa della cultura è carina e divertente (lo è, ma solo dopo essere stata atroce e fottuta), o che magari si sia già perso nei suoi meandri e attualmente si sfoghi solo con fantasie di suicidio (ma è meglio se evitate di farlo, persino Artaud persa per persa ha preferito impazzire).

Condizioni necessarie e quasi sufficienti.

In questa prima parte elencherò, senza nessuna pretesa di esaurienza, tre condizioni, più o meno in ordine di importanza cronologico, che a mio avviso regolano l'accesso stesso alla dimensione della cultura vera e propria (cioè cultura come coltivare, all'opposto di colonizzazione da parte di altri). Perché - premessa essenziale - avere in testa delle nozioni non è cultura: se così fosse chiunque passi l'esame di maturità sarebbe automaticamente un illuminista, un avanguardista o un poeta romantico. In effetti, il lavoro della cultura "vera e propria" è semmai proprio quello di masticare e macinare le nozioni - alla luce dell'esperienza, di altre nozioni, del linguaggio, della vita o anche di Gesù Bambino - in modo da spremerne in qualsivoglia spregiudicato modo un senso impiegabile nella vita propria e/o altrui. Senso che cambia, senso che defunge sempre (cosa a cui mi sembra il solito Lacan alludesse con la formula per la quale il Reale "non cessa di non scriversi"), ma che al tempo stesso da bravo carota di fronte all'asino funge da motore della storia nostra e altrui - fino magari a improbabili felicità, o alla peggio a essere capolavori.
Torneremo forse altrove e in altre vite su tutte queste questioni. Qui mi premeva elencare tre condizioni per cominciare anche solo a giocare a questo gioco.

Primo: iniziare lo studio di una qualsivoglia area della cultura non per motivazioni estrinseche o utilitaristiche; se possibile, persino non per motivazioni patologiche. In altre parole, il movente del tuo viaggio dev'essere già una forma in qualche modo depurata di desiderio. A mio modestissimo modo di vedere è impossibile capirci anche solo qualcosina nelle cose della vita (perché di questo con la cultura si tratta) se si inizia a studiarle per avere un cospicuo stipendio o per far felici mamma e papà. La ragione è semplice: gran parte del lavoro che ti attende non è accumulativo o direttamente costruttivo, ma negativo e controintuitivo. Se non sei mosso da un'esigenza autentica, non vorrai nemmeno iniziare e finirai a fare l'insegnante fascista alla scuola superiore.

Secondo: avendo a che fare con un'autorità che svolga la funzione in qualche modo di "maestro" (dal maestro di teatro al professore universitario - ma anche l'autore del libro che inevitabilmente leggerai!), sobbarcarsi il compito di mantenervi una relazione problematica. Questo essenzialmente significa non prendere per oro colato qualsiasi cosa egli dica, ma anzi tenere nella massima considerazione le tue esigenze (ricordate quelle del punto precedente?) e qualsiasi dubbio / obiezione / apostasi esse inspirino rispetto al "Discorso del Maestro". Non però ciò si deve tradurre in una semplice negatività o distruttività di un sospetto fine a sè stesso; non si tratta, cioè, di porre i problemi sul piano di una supposta relazione di potere. Al contrario, i problemi e le questioni devono tutte porsi sullo stesso piano della fonte di autorità del maestro: in pratica, si deve essere capaci al tempo stesso di apprendere da lui e di vagliare criticamente qualsiasi cosa egli dica come se si fosse già, in un certo senso, degli esperti del campo. Avvertenza: essendo questa mia richiesta, in senso assoluto, paradossale, va da sè che in questa fase si faranno inevitabilmente errori di giudizio e di percorso. Ma la cosa non fa problema, perché tanto invariabilmente si passerà a

Terzo: avere la forza e la lucidità di riconoscere che il maestro di turno - anche quello magari prediletto, giudicando a pelle - ha invariabilmente dei limiti. Tipicamente ciò si mostra in una certa rigidità in certi aspetti delle sue vedute, che mal si incastreranno con le proprie personali esigenze (sì, di nuovo il primo punto). Ma potrebbe essere di tutto; ciò che importa è che come conseguenza di questa inevitabile constatazione, si va in cerca di altri maestri che possano illuminare sui punti critici. Ma - e qui sta il busillis - inevitabilmente si dovrà essere capaci di rendersi conto che anche gli altri maestri hanno dei punti deboli. Si dovrà cioè rendersi conto che nessuno possiede La Dottrina (La Verità, Il Senso, ecc.); e si dovrà rendersene conto per davvero, completamente, e proprio su qualcosa che nel frattempo per te è diventato molto importante. La scoperta da fare è che i maestri non sono maestri - per definizione. Questo punto è a mio avviso cruciale, perché è proprio tramite il trovare il modo di superare la crisi che esso apre che si entra nel mondo della cultura vera e propria. Vale a dire: dell'infinito. L'infinito delle opinioni contrapposte, delle vedute incommensurabili, delle storie di storie di storie che si relativizzano a vicenda, del "non c'è una soluzione!". L'infinito, in pratica, della verità (umana (disumana)).

sabato 14 giugno 2014

mercoledì 11 giugno 2014

La deiezione come cifra nazionale (parte II)


Suffragio come sado-masochismo

Riflettendo giorni fa sull'ubiquità della figura fecale nel turpiloquio nostrano, mi è venuto spontaneo collegarla ad un'altra riflessione che avevo fatto in precedenza: l'idea che il popolo italiano, prima ancora che per la "disonestà" o per la "furbizia" (luoghi comuni non privi di fondamento), si caratterizzerebbe per un profondo e sotterraneo masochismo. Infatti, ricordandomi le osservazioni di Freud, mi è parso abbastanza notevole che lo psichiatra austriaco parlasse della genesi del sadismo e del masochismo proprio nella cosiddetta "fase anale" - cioè la fase in cui il bambino scopre per la prima volta al tempo stesso le feci come oggetto interno-esterno e i rapporti di potere-dominio. L'ipotesi intepretativa che allora mi è venuta spontanea sarebbe la seguente: il popolo italiano - inteso come massa che agisca in modo irriflesso e/o ideologico - si caratterizzerebbe per una ricorrente tendenza a volersi affidare a "uomini forti al comando" non per semplice "ingenuità", ma sapendo in realtà già in anticipo che il soggetto di volta in volta prescelto non è adatto a tale ruolo e anzi è già predisposto a usarlo a danno della collettività. Il fascismo sarebbe la cifra modello di questo processo, e solo e specificamente in questo lo si dovrebbe distinguere dal nazismo, che invece nasce immediatamente totalitario e rivolto verso il nemico Altro che totalizzi il desiderio impossibile (nella fattispecie l"ebreo"). L'idea è quindi che l'italiano sarebbe in qualche modo condizionato a concepire il potere come strettamente legato alla merda, cioè al piacere del dominio spietato e senza resto che verrebbe esercitato da un simulacro del "padre" - per il tuo bene. Il sintomo qui sarebbe proprio la diffusione eccezionale di questa specifica metafora oscena.

In questa ottica si potrebbe quasi arrivare a dire che il fatto che i politici rubino sarebbe più un qualcosa che essi farebbero per dimostrare a sè stessi che hanno una qualche possibilità di agire come individui, invece che come oggetti del piacere perverso altrui ("governare gli italiani non è impossibile, è inutile"). In questa ottica si potrebbe anche spiegare l'emergere attuale del turpiloquio sulla scena pubblica come un sintomo che ci stiamo avvicinando ad un emergere più in chiaro di questi fenomeni. Infine, forse, in questa ottica si dovrebbe leggere il rapporto secolare e del tutto speciale del popolo italiano con la Chiesa e, in particolare, col Vaticano (il che aprirebbe l'ampio capitolo "cattolicesimo e masochismo").

Sono solo spunti, come del resto l'idea in generale. Ma penso che sia importante farla finita con l'idea che le assurdità politiche nostrane siano solo segno che "gli altri" in genere siano "stupidi" e/o "stronzi" (appunto), perché questo modo di pensare inevitabilmente favorisce ulteriormente l'atomizzazione, condannando proprio le persone che potrebbero differenziarsi ad auto-esiliarsi in immaginarie torri d'avorio. Perché il "nemico della patria" non è mai il dittatore di turno, ma le condizioni sociologiche, storiche e psicologiche che lo hanno messo in quel posto.

domenica 8 giugno 2014

Of Silent Hills and Inner Pain


La definizione di uno statuto totalmente soggettivo della follìa - della follìa come di qualcosa non di estraneo, ma di assolutamente interno - è un qualcosa su cui inevitabilmente tornerò sempre. La ragione è semplice: la mia adolescenza è stata caratterizzata, più che da qualsiasi altra cosa, da un rapporto strettissimo (e straziante) con la sragione, l'insensato e l'inaccettabile. Sono molto affezionato a questa poesia, perché ritengo sia una di quelle che con più forza - seppure in modo totalmente mitologico - espresse per me (in me (per mezzo di me)) questa lancinante consapevolezza di un conflitto insanabile nel cuore della mia stessa persona. Conflitto per il quale io ero innocente ma non riuscivo a essere una persona felice e normale, ragion per cui mi rovesciavo in colpevole, ma proprio il mio essere colpevole era cagione legittima del mio odiare gli altri, perché era un'ulteriore sofferenza immeritata... e così via. Come nella poesia stessa, anche a posteriori è difficile separare quanto competeva all'organico, quanto al sociale e quanto, forse ma forse, allo spirituale.


"Why don't you tell us something about you, then?", asked respectfully No One. Lo, as you wish, they replied.

So the Daemon went on scratching
Excavating flesh, splattered blood
Everywhere it searched for the reason
Inside the body of its host.

But the bloody gore it handled
It spoke of nothing
And the rotten blood it tasted
It tasted of nothing.

The brain was inflated, scorched
Yelling through electrical discharges
Groaning of mysterious reactions
It would be a Renaissance to tear it.

But so much loneliness
It was folly
And so much beautiful bliss
It went away.

The Demon began to understand
And slowly yet painfully went insane
Becoming one with its host
An archaic structure of pain and blood.

So everything still was there
So much pain
To have two spirits bound to you
Starving inside.

"To writhe in a deep organ-knot shall be the first step", commented the Lady. And then there was silence.


Ricordo che anni fa, quando pubblicai questa poesia su un sito, qualcuno nei commenti mi mise in guardia: questa rappresentazione della follìa è un po' troppo buona. Penso che una simile impressione, oltre e più che per via delle immagini impiegate, fosse dovuta a tutta una serie di dispositivi retorici più o meno involontari che, infatti, malgrado si discostino magari dal mio presente modo di scrivere, nel riportare la poesia ho cercato di conservare. Mi riferisco in particolare alla maiuscola fissa a inizio verso, che fa da pendant ad una sintassi spezzata, in cui quasi ogni verso "resetta" la logica del discorso, come in uno stream of consciousness schizofrenico; e, forse, anche alla struttura narrativa che si situa decisamente fuori dal tempo, ma in modo sanguigno e granguignolesco. Al tempo stesso, questa medesima storia si può leggere anche in chiave dialettica: cosa abbiamo qui infatti se non il Daimon che cerca sè stesso nel corpo immaginario del soggetto, e che alla fine riconosce la propria stessa impossibilità, condannando il soggetto ad una deiezione permanente? Ma se è così non saremmo forse qui in una sorta di sospeso ed eterno istante precedente l'accesso alla vita adulta - alla normalità?

giovedì 5 giugno 2014

La deiezione come cifra nazionale (parte I)


Gli italiani e la merda.

Premessa: questo post vuole solo essere una sorta di osservazione-suggerimento, con tanti punti di domanda e sospensione. Forse, direi, più un invito a esplorare un modo di pensare che, nella sua paradossalità, ci aiuti a riportare la dimensione oscura del nostro vivere collettivo (la dimensione "impossibile", direbbe Lacan), sotto le lenti di una ragione non più soltanto ideologica. Mi riferisco all'idea di un'interpretazione dei movimenti storico-politici - rigorosamente a posteriori - sulla base di indizi culturali intepretabili come sintomi di un non detto.

Parto da un'osservazione molto poco scientifica e universale, in quanto si basa solamente sulla mia esperienza personale e sulla mia imperfetta conoscenza di sole tre lingue. L'osservazione è che in italiano le parolacce a sfondo fecale hanno una centralità che in francese o in inglese non hanno. Andando all'ingrosso, in inglese la triade di parolacce più comuni risulta più o meno fuck / shit / bitch - ma con una decisiva preponderanza della prima. Shit, infatti, si usa per lo più soltanto come esclamazione di disappunto. Simile la situazione mi pare in francese. In italiano, al contrario, merda si utilizza molto anche per qualificare qualcuno come persona non grata, tanto che le si affianca un quasi-sinonimo come stronzo, usatissimo e pressoché senza equivalenti in inglese e francese.

Ora, qui essenziale è riconoscere che, se a prima vista parrebbe che l'uso dipenda dalla sgradevolezza e dalla bassa dignità dell'escremento, cui quindi si vorrebbe equiparare la situazione o l'avversario, in realtà Freud ha ben riconosciuto come la sgradevolezza in esame sia il risultato di un processo di inversione che capovolge l'originario elemento piacevole collegato, nell'infanzia, agli escrementi medesimi. Del resto, anche lasciando perdere Freud e successori, è evidente che il disgusto che noi in media proviamo per gli escrementi non si giustifica realmente sulla base della natura della cosa. C'è nella merda, almeno in qualche senso, dell'osceno. Si tratta, mi verrebbe quasi da dire, di esprimere il nostro costitutivo amore-odio per l'Altro, escludendolo dal proprio orizzonte di rapporto sociale (dandogli dello schifoso inguardabile) con lo stesso gesto con cui facciamo appello ad un qualcosa che anticamente fu per noi soddisfacente e intimo, e che la stessa Legge sociale ci ha costretto a simbolizzare nel suo contrario. Ma, come vedremo, c'è anche dell'altro.

sabato 31 maggio 2014

L'informazione (primavera 2013)

Gli spettatori del telegiornale,
bene vestiti, lavatisi a sera
dopo lavoro, a fatica, in famiglia,
significanti nell'aria, battenti,
e non si parla.
Quiete. Il bambino
non piange. Non sente. Pre-sente: macchia
sulla tovaglia, fatica a lavare.
Nessuno che grida: questo è importante:
rumore fa niente, televisione.

Silvero e la francese madame,
(s'ignora, Bene scherzava), cattiva,
maestra di tante puttane, giocavan
di sotto a sottane '800,
pria che ci coprisse il cemento.
E ancor la violenza era
sensata la vita.
Silvero il signore sinistro
rompeva i grumi nel secchio,
n'usava di sangue d'uccello,
muoveva apparati con dita.
Scoppiettava allora il caminetto:
le cose malnate almeno animavan
rigetto. Ma vegeta ora soltanto
von Kulp Fraulein la conduttrice,
al telegiornale suoi conoscenti,
impiastricciati capelli Tiziano;
e botox, il rutilante rinnovo.
Legge da un foglio. Senza pietà
legge da un foglio per la famiglia,
sterìle progenie del loglio,
con grande maniera. Non sente.
Macchia
in studio - cadrà qualche testa.

La notte, dopo due botte - il tuono:
quello che disse è perduto
                                               nella
memoria,
scrigno più buono.
A mattina la natura
sgrappola gemme su tutto il terreno,
verdi e già marce nel seno.
Il bambino rinviene per sbaglio
una bibbia; sfogliando
nascosto rimembra la
scala, un'abbaglio,
cerchi intrecciati come
fibbia che cade,
cade dal cielo, è andata
fuori dal senno, giù sul terreno,
pallina pel cane;
mamma allora lo picchia,
il padre ubriaco impila del pane.

Ripeti con me come il frate:
i crematorii i forni
raschianti il problema a radice
ci mancano e li invochiamo
come cani una secchiata
sulla cervìce,
il novecento, breve,
dura tuttora,
siam fermi, siamo rimasti
come una pala invischiata,
come conferma che niente
cambierà mai e poveri noi
pria che il fuoco ritorni
e finalmente apra di nuovi giorni:
ch'una carezza ritorta
di terra io possa
scrivere
ora.

mercoledì 28 maggio 2014

15 segni di intelligenza nel ventesimo e ventunesimo secolo


1. Uno spiccato senso dell'ironia, conquistato non contro, ma grazie a una radicata tendenza al sentimento assoluto e idealistico. Fare molta autoironia, o nessuna.
2. Un'infanzia e/o adolescenza problematiche, a seguito di una maturazione ostinata a svilupparsi secondo linee non assimilabili alla media. Di conseguenza, avere difficoltà a ritrovarsi nelle categorie con cui gli altri si descrivono (un esempio a caso: l'"intelligenza").
3. Se si prende sul serio la vita, si è incapaci di prendere sul serio la scienza; e viceversa (finché, dopo diverse vite, non si sviluppa magari una sana disgiunzione fra la serietà come atteggiamento e la serietà come peso che si subisce dalle cose).
4. Difficoltà ad avere a che fare con gli altri, o perché si è troppo socievoli e si è stati costretti dalla logica della tribù a diventare riservati, o per via del contrario.
5. Più si va avanti con gli anni, più si amano gli animali e/o i bambini. A meno che non si conservi una certa paura degli adulti, non rendendosi conto che anche loro, in fondo, sono bambini.
6. Amore per il giocare, comunque si declini.
7. Istintiva diffidenza per il sociale, il comunitario, il nazionale, lo statale - a meno che non vi si partecipi, "serissimamente".
8. Istintivo odio, diffidenza o paura per il lavoro come "occupazione" - specialmente se non se ne ha uno.
9. Istintivo odio per la scuola (ma esiste anche l'opzione di odiare tutto il resto).
10. Istintivo amore o interesse per le cose che appaiono strane, assurde, difficili, sconvolgenti, forse per un senso di profonda affinità con ciò che si trova abituale.
11. Non sentire niente quando si commuovono tutti. Occasionalmente, commuoversi per cose che non vede nessuno (perché non le vede nessuno).
12. Capire istintivamente quando gli altri non stanno capendo quello che dicono. Per questa ragione, farsi dei problemi infiniti sul senso di quello che la gente abitualmente dice. A meno che non si sia capaci di fottersene.
13. Capire facilmente quasi tutto, ad eccezione del senso delle astrazioni formali, della finanza e del comportamento sentimentale degli esseri umani del sesso opposto. A meno che non si sia capaci di fottersene.
14. Considerare una qualsiasi lista o categorizzazione inesauribile, e quindi un po' stupida. Amare tutto ciò che dichiara la propria unicità, anche patologica, e non è elencabile a fianco di nient'altro (meraviglia come inizio della filosofia) (la scienza come eterna scategorizzazione gaudente del reale).
15. Considerare il "genere", sia esso "scientifico" o di "intrattenimento" - poniamo, ad esempio, le liste come questa - come qualcosa di poco serio, da deturpare per strapparne il senso (Bene che "vince la sfida del modale"). Ad esempio, se si sta parlando dell'intelligenza, menzionare che l'intelligenza menziona l'intelligenza, di modo che (poiché "non esiste metalinguaggio") si capisca che il discorso era sull'intelligenza della stupidità - e, forse, si sorrida.

lunedì 26 maggio 2014

[Il rovescio della psicoanalisi]


Perché il rovesciamento costitutivo è il campo su cui oggi si gioca.
(Notate l'ordine; notate, e vi prego, non fatevi confondere da, la non-località del senso)

domenica 25 maggio 2014

La mente (inverno-primavera 2008-2009)

La poesia filosofica: ciò cui ricorsi, negli anni universitari, come una transizione, per dare un senso progressivo, costruttivo, persino etico a quella periodica ansia espressiva per la quale credevo di dover trovare una giustificazione. Ciò produceva spesso risultati macchinosi, insinceri, falsamente trionfali: la tipica malattia dell'uomo investito dalla "missione spirituale", per la quale non solo bisogna pensare di stare su una via, ma bisogna anche far finta, prima di tutto di fronte a sè stessi, che codesta via ti renda "perfettamente" felice. La poesia filosofica era un tentativo reiterato, un po' ossessivo, di descrivere e accennare a questa via fittizia verso il sublime.


La mente è quella scatola
cava e aperta all'intorno
infinito. Va avanti
senza ritegno e, forse
in sogno, al modo di un ago
traccia un ordito privo
di inizio - o di ritorno.
Sostegno al suo vagare
non v'è, anche se pare:
tutto ciò ch'è digesto
si fa prima presenza,
poi gesto, poi corpo e
poi assenza. Pressappoco
così si tesse il vivo,
un gioco intorno al tempo,
una posta di scie
che saziano a vicenda
la sete. Non c'è sosta.
Come vorrai afferrare
sia l'io che il mondo se
non c'è una locanda ove
fermarli? Pure, io ricordo.
Come lo specchio pare
predire e figliar nuova
copia d'ogni faccenda
che avanti gli appare, anche
chi vaga e sente cova,
cupido - e non indaga.
E' la luna nel secchio.
Certo non è vero astro,
ma più simile a un eco
o opportuna assonanza,
incastro e nuovo e vecchio
onde tu trai l'usanza
de' concetti di "fuori"
e di "dentro", di "falsi"
e di "veri". Anch'io
se mi cerco da solo
quasi rientro e rivivo
un elenco di "ieri",
a cui inver non arrivo.
Allor è come andare
per campi attraverso una
via che ha visto di fiori,
cimiteri e di sterco.
E' la mia, chè ne son
penna, tratto, cornice
e pittore; ma dietro
i colori è il mistero:
il suo strano valore.


Già... come se si fosse già "arrivati", e, da una finestra, al tramonto, si contemplasse il cammino fatto, che è totalmente visibile, e insegna l'ovvio. Ma questa poesia, credo, ha dei meriti: in primis il modo in cui la visibile tendenza a moltiplicare il più possibile, anche a caso, i legami fonetici, a cascata, di verso in verso, per giunta in un parossismo di settenari veramente da ipermetrica, si lega in qualche modo al tema. Si ha infatti davvero la sensazione di una rete di scie, spontanee, casuali, a metà fra il soggettivo e l'oggettivo (non-locali), che l'un l'altra si richiamano in continuazione, senza costrutto, a cascata, come se questa descrizione (significato) di un'immagine filosofica del processo "mente" fosse essa stessa un flusso parte di quel processo, essa stessa il viaggio di cui parla (significante). In questo modo quello che si metterebbe in mostra in questa sorta di filastrocca sarebbe proprio un'ipotesi di costruzione di una logica del senso a partire, come dire, dal puro niente prosodico.
Certo, non è, come sempre nel caso di queste mie proto-poesie, qualcosa di del tutto voluto o consapevole. Ma fa piacere pensare che le proprie ossessioni, anche quando puramente patologiche o frutto di immaturità, tornereranno presto o tardi utili a qualcuno - o a un discorso sul senso della vita.

mercoledì 21 maggio 2014

Vicino a casa tua


Oggi vorrei chiedervi: cos'è, per voi, la follia? E' qualcosa di estraneo, incomprensibile, spaventoso, hic sunt leones, da tenere lontano? E' qualcosa che spiate in voi, in certi momenti abissali, un "ospite inquietante"? E' un nome che date a certe vostre ebbrezze, bellissime, che vi fanno sentire come se volaste? E' un mero fatto clinico da neutralizzare farmacologicamente?
A volte, io dico, può anche essere una scusa.
Recentemente ho visto in televisione un reportage su alcuni centri di internamento per criminali giudicati "incapaci di intendere e di volere": gli "ospedali psichiatrici giudiziari". Sì, quelli in cui è andato Marino con un'ispezione a sorpresa a favore di telecamera. Non credevo che situazioni del genere, non dico dall'800, ma per lo meno da Basaglia in poi, potessero continuare a esistere. (escrementi tonaco scrostato gente che urla assassini e ladri di mele letti di contenzione piaghe da decubito sovraffollamento corpi grassi sedati ruggine sbarre sporco nessun tribunale, forse per tutta la vita: oggi, vicino a casa tua.)
Ci sono stato di nuovo male.

Come ha illustrato Foucault nella sua Histoire de la folie, nel '600, in concomitanza con l'alba della "ragione moderna", viene istituita in Francia (e in altre zone d'Europa) la figura giuridica dell'internamento - reclusione forzata in case di lavoro e a volte di tortura che non passa da nessun processo, dato che il responsabile dipende direttamente dal re. Già dopo la metà del secolo a Parigi una discreta percentuale della popolazione è internata. Si internano non solo i "malati di mente" - categoria che in effetti all'epoca non è ancora presente; si internano poveri, gente che dà scandalo, e così via. Foucault cerca di ricostruire come tutta un'immagine di una sragione, esistente in ogni uomo e il cedimento alla quale rappresenta la colpa antisociale par excellence, stia alle spalle di questa aberrazione ai nostri occhi immane. Nella sua ottica, la costruzione, a partire dall'illuminismo, della categoria della "malattia mentale", l'abolizione del "vecchio" internamento e la costruzione di un internamento specifico in ospedali psichiatrici per il neonato "malato di mente", rappresenta allora l'atto finale mediante il quale l'occidente termina di costruire in sè stesso un'immagine astratta di "ragione", esiliando all'esterno, come "altro", con cui nemmeno si può parlare, chi (magari fisiologicamente) si rivela incapace di adattarvisi.
Questo processo oggi è sostanzialmente passato: la "ragione" da motivatore e baluardo di un'etica (imposta come) condivisa, si è fatta blasone e provincia di una casta di accademici o tecnici addetti ai lavori. La gente sempre più la lascia perdere: viene alla luce come la follia rinvenuta nell'altro è sempre stata uno specchio - una proiezione - delle incongruenze e irrazionalità proprie della società stessa: il malato di mente come prodotto sociale - seppure magari già biologicamente predisposto ad essere agevole ricettacolo di questo ruolo. Ma, sebbene quel mondo in cui un simile processo era ancora invisibile e portante sia ormai tramontato, esso, come il Dio di Nietzsche, pare voler continuare a essere agitato come un ombra ancora per molto tempo. Nel più profondo della caverna sociale, dove nemmeno più si vuol "dare l'esempio", ma semplicemente si decompone il cadavere della storia.

sabato 17 maggio 2014

La condizione adolescente (primavera 2014)

Aspetta e sperma
- il motto del liceale
che, chiuso a chiave,
se ne inventa un chiavare
- non essendo più lui
                                    - ahimé! -
che decapita quel cazzo di Erma!

mercoledì 14 maggio 2014

Kulturkampf


Scrivere. Il flusso di coscienza. L'addormentamento della coscienza. A cosa serve scrivere? Perché tengo questo blog, anche se non so nemmeno se e chi lo legga?
Forse scrivere non serve proprio a niente - e ciononostante, una volta iniziato, quell'abitudine che ci porta a continuare a farlo permane. C'è una tensione che da un certo punto in poi ci abita, tensione verso la scrittura perfetta - l'espressione perfetta, l'espressione che dice tutto quello che c'è da dire - che fa sì che l'autorivelarsi del nostro carattere in righe di testo lanciate contro il nulla assuma ogni volta la fisionomia di una lotta d'amore. Finché alla fine ti lasci andare.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Neanche amare serve a niente. E la storia? Ma se buttiamo via l'"utile" stesso - perché in effetti non serve a niente - come dire ancora cosa resta da fare? Allora giustamente si introduce il concetto di "grazia" - la gratuità del bello. Ma, al tempo stesso, così ti trovi di nuovo e sempre nel deserto, dove il niente e il desiderio si contendono le tue giornate, rischiarati a volte da un lampo di tempo sul tempo, con i "campanelli nella testa" - che poi magari ti illudi di scrivere. Ma no, non puoi: la tensione stessa verso lo scrivere è quel campanello, e tu ti fai suonare dal campanello ed è già tutto finito, oltre i confini del ring; del mondo moderno. Ai margini, a smarginare questa s-graziata forma di vita, c'è sempre l'impegno politico, civile, sociale; quanto a dire la speranza che questa copula faccia figli. Ma tu sei ancora single.
Già perché prima ancora, a monte, c'è l'immagine di un lettore, dell'Altro che ritorna ossessivamente in queste scritture corsare, perché sono tutte sofferte per lui. Per ucciderlo, svuotarlo, sadianamente. Trovarlo. Mi chiedo, se tu davvero in questo momento stai leggendo queste righe, sei tu per me quell'Altro? Ovviamente no, se mi parlerai. E non se non mi parlerai rimarrai un fantasma. E' questo il gioco.
Mi pare però a volte che siamo veramente molto soli fra le persone, e che l'Altro sia talmente altrove da sparire del tutto. L'eros non c'ha più voglia, se non ci sono i soldi. Parole come "disintegrazione del tessuto sociale" o "feticismo della merce" vengono scritte, e ci aiutano a dare una misura ai fenomeni. Reificazione dei rapporti come isterismo ben mascherato. Ma la questione è più ampia, forse ancora non chiara nemmeno a sè stessa, da definirsi e solo in seguito magari comprendersi. E scrivere allora può davvero diventare la compenetrazione fra la grazia del suo depensarsi e la battaglia costante per ritagliargli uno spazio sociale, benefico, stimolante - dove sia, una buona volta, ancora, per un po', possibile.

Intanto si chiudono lentamente le porte dell'arsenale, la brezza di un'era va a morire e i riflessi bianchi sulle onde invitano al sonno. Basta poco, vedete? Chè scrivere queste due righe mi ha ripagato d'ogni fatica.

domenica 11 maggio 2014

Io amo la fine del mondo

Già, si parlava di religione. Un balzo in avanti, dunque. Ricordo ancora, una mattinata o forse primo pomeriggio vagamente soleggiato d'una primavera ferocissima: a lezione universitaria, il secondo anno. Non seguivo, ovviamente. Le lezioni sono per me sempre state l'oppio dei popoli, per così dire, e infatti all'università per lo più me ne tenni alla larga (ancora oggi, quando penso di tornare all'università e vado a vedere qualche lezione, mi prende subito un senso come di angoscia, come di solitudine, come di inutilità ineluttabile).
Non seguivo e pensavo a come fermare, sulla pagina degli appunti, la dinamica di colpa che combattevo giorno per giorno, nel tentativo, vano, vanissimo (da fiera delle vanità, proprio) di purificarmi. Purificazione come fuoco: la decisione estrema, continuamente reiterata: cosicché, di fatti, "io amo la fine del mondo".
Ci stavo provando col buddhismo e la meditazione, dopo aver ricevuto l'anno precedente un'introduzione allo yoga e agli scritti di Lao-Tse e altri figuri depensanti. Dovevo chiarire a me stesso il fatto che ancora, dopo tutto, esistevo, fortissimamente, ma all'epoca non sospettavo che di lì in avanti tutto il resto è delirio - cioè che non c'era niente in fondo di più e da più che, una buona volta, dirsi, e amarsi. Caddi nel metafisico come corpo morto cade. Divenni ossessivo. Ma non lo sapevo, e con gli occhi lucidi ero il sadhu di me stesso, presuntuosissimo d'umiltà riflessa (come tutti gli orientalofili inconfessabilmente e forse più sottilmente sempre sono). Così, su quella panca, quel giorno, mi provai a declinare quell'ansia filosofica perennis sul filo aguzzissimo d'un cristianesimo di rigetto - fatto di insicurezza, masochismo e trionfante ansia del sublime.


Io amo la fine del mondo, e chiedo
ogni giorno perdono ai santi all'uomo
all'inferno, perché vedo il mio errore
e non smetto. Troppo forte mi spinge
il dolor ch'ho colto fra voi e ch'ho in petto,
a fiotto, come acqua una fogna in autunno;

mani protese, così mi contagio.

Sempre vedo che sto al modo di straccio
bagnato e balordo, pieno di grinze,
sono per terra, per tutti d'intralcio,
al più balbetto una scusa. E se poi
provo a salvarvi - credendo d'avervi
saggiati, certo v'avrò digeriti... -

le dita son raspe, faccio del male.

E' vero, io amo la fine del mondo,
ché ciò m'insegna la luce ciecante
nella mia cella, se mai vi lampeggia
quando alle volte ferito vi torno
e - umile nella superbia - vi muoio.
Testardo, lì la ricevo immediata;

consola gentile, senza insegnare.


Qui si può ben vedere come già iniziassi a sperimentare con versi tradizionali. Endecasillabo docet! Naturalmente la mia preoccupazione primaria era pur sempre espressiva, e così vicino alla scuola ancora non mi sarebbe mai saltato in mente di mettermi a leggere di poesia in modo serio. Semplicemente, come parte del mio complesso di perfezione, non potevo più permettermi di ignorare "le regole della metrica". Il risultato è uno strano ibrido di forma chiusa (per via della metrica sostanzialmente tradizionale) e di forma aperta (per via del fatto che a mala pena sapevo, per dire, che cosa fosse un sonetto). Di questo verseggiare non ero certo maestro: diverse rotture di verso devono tanto al caso quanto al senso di assillo, di isterica insicurezza, di tensione continua che m'imponevo di trasmettere. Mi piace però menzionare che già allora, in sì compromessa (e forse un po' comica) situazione, ero pronto a coniugare questo tentativo di schiettezza ascetica con l'idea di un sovrasensibile che è in fondo solo felice, ottuso: che non insegna. Per quella via più avanti avrei forse trovato cuniculi sotterranei capaci di portarmi oltre il cerchio delle "montagne della follìa" - quanto a dire il sovrasensibile stesso.

mercoledì 7 maggio 2014

Il desiderio impotente


Il desiderio. L'etimologia tradizionale riconduce a de-sideo, ovvero "sono lontano dalle stelle", quindi mi mancano i loro presagi, o "osservo intensamente le stelle", per trovarne; altri, più banalmente, ci ricordano de-sum, "sono mancante". Qui, più che dire che l'etimologia tradizionale è migliore, dovremmo forse dire che è necessaria. Emerge infatti come prodotto della nostra stessa storia un'emancipazione del desiderio dalle forme basilari della cieca intenzionalità animale - fino a che esso, quale fatto fondamentale di un corpo già sempre anche storico e interpersonale, contribuisce a creare la persona che oggi tu sei qui a leggere. Il desiderio, quindi, si distingue dal bisogno. Il bisogno riconduce alla dipendenza, ad una soggettività meccanica o derelitta (deietta), alla passività; in questo è simile al dolore. Il desiderio al contrario è già un atto razionale, perché comporta il sollevare lo sguardo e cercare in quell'invisibile che è lo spirito stesso. Il Buddha, turbato dall'assillo ossessivo dei bisogni, desidera, nei fatti, liberarsene.

Il desiderio impotente. Come a dire, il suo arresto: l'incontro con la delusione, il fallimento, l'offesa, la maleducazione, la prepotenza, la perdita che montano tutto intorno e mettono in questione la stessa legittimità del soggetto desiderante come cercatore. Come forse in una prossima vita troverò e capirò meglio in Lacan, il desiderio sempre si rivolge all'"Altro";  vale a dire, costitutivamente noialtri ci fissiamo sulle stelle, nel senso di un orizzonte di continua ricerca e rinnovo del venire-al-mondo che, come uomini, solo l'altro essere umano, col suo linguaggio (il Verbo?) ci può accordare. Ma il desiderio diventa impotente quando l'Altro cessa come magnetismo erotico (il Motore Immobile), e ci sorprende, vero monstrum, come limite opaco, duro, non responsivo, che si sottrae al nostro linguaggio. Ecco perchè è l'incontro con l'altro che, orizzonte di ogni desiderio, rappresenta già sempre anche il pericolo estremo del peccatum, dell'αμαρτία (l'errore come scandalo interiore); e quindi: del trauma ("l'inferno sono gli altri"; hedgehog dilemma).

Quando ciò a me accade, ecco che, se non voglio cadere nelle secche della depressione (su cui prima o poi tornerò), ho l'opzione di ricorrere all'utopia. Il desiderio impotente rilancia il nulla sul piatto. Ad esempio, vorrei vivere in un mondo in cui tutti capiscono che la gioia compartecipe è l'unica gioia che si lascia godere senza resto; vorrei vivere in una società fondata sui valori dell'intelligenza, e non quelli dello schiavismo e dell'ipocrisia del sangue; vorrei che la finissimo con l'indifferenza alla nostra stessa vita; vorrei essere amato per quello che sono, non (forse, eventualmente) per quello che faccio; ma vorrei che quell'amore fosse anche libero, invisibile, estatico, non oppressivo, quasi, benianamente, pornografico (amore come lasciarsi dare). Vorrei parlare con gli animali, che sono miei amici, anche se non lo sanno. Allora, in questo dislocarsi vagamente alienato del sub-iectum deietto nella direzione della fabbrica di un inesistente limite contro il limite, ritrovo al tempo stesso una misura di chi sono, di che ci sto a fare - vale a dire: di cosa muove e dà senso al mio proprio desiderare. Come insegna Hegel, l'alienazione è la forma della liberazione del positivo; così, fuoriesco dal chiaro per tastarmi e ricompormi. Ma eventualmente quello stesso utopico, cari amici, dovrà morire.

domenica 4 maggio 2014

Il centro commerciale (autunno 2013)


E la galleria alla sera digrada
lenta verso un opaco
buio e il grigio rugginoso
delle saracinesche - tutto chiuso -
rivela il suo volto.

Gli imbellettati morti
imboccano il viale della notte.
I sorveglianti sbarrano lo zoo,
nel venire a mancare
del vorticar-ossessivo danzare.

"Amami miasma, non mi lasciare!",
sembra dire il vago
volgo restìo,
                          intrucidito e
cacciato così a forza
dal loculo
                          dell'immaginario;
dal necessario.

Indugia,

              indugia pure ma -
vai
via,
              vattene!
                                         Infine, vai!

Il freddo pungiglione decembrino

vertigine lampione
(marcio soccorso)

sei solo, coglione.
Sprofonda in quel
                                         morso

che t'appare
(e nel punto cieco scompare)
crudele ora sul sangue
quant'è la luce sull'ustione.

Anche quello, lo sai?
                                        E' danzare.
(Sempre 'l nume all'uomo è strazio)

Osserva osserva in quel freddo, Orazio
- prima che il foglio vada a strozzare.

mercoledì 30 aprile 2014

Il desiderio trascende l'oggetto


Fame coacta vulpes alta in vinea
"Uvam adpetebat, summis saliens viribus.
Quam tangere ut non potuit, discedens ait:
"Nondum matura es; nolo acerbam sumere."
Qui, facere quae non possunt, verbis elevant,
Adscribere hoc debebunt exemplum sibi. "

Fedro

La volpa e l'uva: disprezzare ciò che non si può ottenere. Ma, un attimo, guardiamo bene. Un simile comportamento non è forse pieno di spirito? In effetti se c'è un'altra piccola lezione che l'approccio hegeliano all'esistenza avrebbe dovuto trasmetterci, è il fatto che molto spesso la ricchezza della vita si nasconde in ciò che il mondo affrettatamente liquida come vizio, stortura, fallimento, morte - in ciò che tu stesso, nel farlo, manifesti come tale. Ma questo è proprio lo straordinario: che quella liquidazione è pienamente giustificata. La volpe è un'ipocrita che mente a sè stessa. Dostoevskij chiosa: "La cosa principale è non mentire a te stesso. Chi mente a sè stesso e dà ascolto alla propria menzogna, arriva, alla fine, al punto da non saper distinguere la verità né dentro né fuori di sé. Ma questo porta all'indifferenza, verso se stessi come verso gli altri, e chi non presta più attenzione agli altri smette anche di amare." E' il fondo dell'abiezione: l'alienazione. La forma dell'aforisma dostoevskijano è più importante del contenuto: essa gesticola verso una condizione terminale, che definitivamente suona come una fine. Ma è proprio nel prendere tattilmente contatto con il limite invalicabile (con il peccato, o il fallimento), che lo spirito - sub specie linguaggio - già lo sopravanza, trasmogrificando la situazione, per così dire, sotto una nuova, dislocata, prospettiva. Nel dire, infatti, nel pensare, la primitiva intenzione, l'esperienza insuperabile, è già diventata un oggetto, pienamente manipolabile e digeribile - da altri, se non da me. Se l'uva è inattingibile, perché dovrei volerla? E immediatamente l'"inattingibile" scopre in sè la possibilità dell'"inutile". Da oggi il mondo non sarà più lo stesso. Ecco lo slittamento, l'affastellamento semantico che "ci fotte" (giusta Bene), ma che così facendo ci fa godere, per l'appunto, la sempiterna possibilità del desiderio. Altrimenti, come esseri vivaci e intelligenti, avremmo fallito fin dall'inizio: saremmo rimasti sotto al primo albero troppo alto, a salivare disperati, mentendo a noi stessi - con la verità.

(Ho l'impressione che La Fontaine cogliesse qualcosa di questo fatto, simpatizzando con la nostra rossa ospite:

"Certain Renard Gascon, d'autres disent Normand,
Mourant presque de faim, vit au haut d'une treille
Des Raisins mûrs apparemment,
Et couverts d'une peau vermeille.
Le galand en eût fait volontiers un repas;
Mais comme il n'y pouvait atteindre:
"Ils sont trop verts, dit-il, et bons pour des goujats. "
Fit-il pas mieux que de se plaindre?"

Proprio così: non ha fatto meglio che se si fosse lagnata?)

lunedì 28 aprile 2014

[Straziami, ma di baci saziami]



"Ma in verità la struttura dell’inconscio non è conflittuale, opposizionale o di contraddizione, ma interrogativa e problematizzante. Né la ripetizione è potenza bruta e nuda, al di là degli spostamenti che verrebbero ad investirla secondariamente come altrettante varianti, ma s’intesse invece nel mascheramento e nello spostamento intesi come elementi costitutivi a cui non preesiste. La morte non appare nel modello oggettivo di una materia indifferente inanimata, alla quale «tornerebbe» il vivente, ma è presente nel vivente, come esperienza soggettiva e differenziata fornita di un prototipo. Essa non consiste in uno stato di materia, corrisponde invece a una pura forma che abbia abiurato qualunque materia, alla forma vuota del tempo. (Ed è assolutamente la stessa cosa, vale a dire una maniera di riempire il tempo, tanto subordinare la ripetizione all'identità estrinseca di una materia morta, quanto subordinarla all’identità intrinseca di un’anima immortale.) Il fatto è che la morte non si riduce alla negazione, né al negativo di opposizione né al negativo di limitazione. Né la limitazione della vita mortale attraverso la materia, né l’opposizione di una vita immortale con la materia, danno alla morte il suo prototipo."

G. Deleuze, Differenza e ripetizione

domenica 27 aprile 2014

Mortal Coils

  

Come avrete già constatato, i miei pseudo-prosimetrini sono sempre introdotti da una breve introduzione autobiografica. L'introduzione autobiografica di oggi sarà: sì, a scuola sono stato davvero male.
Per oggi infatti non intendo aggiungere altro.


Batti e ribatti

fondono carni

sull'Altare-Forgia

della Macchina.


Acque bollenti

spume

ora vermiglie

- scarto del Sacrificio -

scricchiolano gocciolanti.


E già gli scarichi

gemono

questa pressione

che illimita

l'usura.


La diagnosi di un intero sistema paese si esplica qui come immagine terrea e perentoria. C'è, io credo, un innegabile legame fra l'estrema sofferenza, la visionarietà e la capacità profetica: in tutti i casi si tratta di sentire le cose molto profondamente - eventualmente poi balbettandole, senza ovviamente capire. Questa è, io credo, la grande risorsa dell'arte moderna: la forma si fa grido, compiutamente soggettivo, scavando così nel disagio e cercando di definirsi come verità, invece che nella sua rappresentazione. Di qui, peraltro, la tensione tutta tipicamente moderna dell'opera d'arte verso il "dire sè stessa" (che altri poveri di spirito in filosofia cercheranno di spazzare sotto il tappeto come "metalinguaggi" o spazzatura del genere).
Che altro dire? Le immagini di sofferenza, quando sono depurate della sofferenza stessa e si stagliano nitide contro il cielo di una pagina, di una tela, possono essere molto gioiose. Si tratta del puro piacere dell'espressione, che può emergere solo nell'estremo, e che smarrisce finalmente l'"io penso" di stocazzo per essere puramente soggetto che (si) parla.
Questo povero frammentino qui sopra non intuisce forse granché di tutto questo. Ma mi piace evocare qui, sul filo di una scrittura nervosa, ciò che io oggi, affettuosamente, vi posso vedere. Anche questo, in fondo, è amore.

mercoledì 23 aprile 2014

La decisione estrema


Non prendere la decisione estrema: questo oggi è il mio consiglio.
Me lo ripeto spesso. E' meglio abbondare in tutte le cose, elargirsi largamente. Tanto l'estremo qui non è il "tanto" rispetto a un "poco". L'estremo è il contrario dell'umile; l'estremo è assoluto. Quindi: impaurito da sè stesso. Non a caso gli antichi Leviti indossavano paramenti speciali per manipolare il loro Dio: bisogna prendere precauzioni, ché non abbia a toccarci, bruciandoci come lampadine attirate da una gigantesca Falena (è solo un'ombra, dopo tutto, che ci attraversa).
Precauterizziamoci, dunque, ché il fuoco non abbia niente di nuovo per noi.

Non prendere la decisione estrema. μηδὲν ἄγαν: il troppo non è una categoria quantitativa. Non misurare pertanto in eccesso le tue giornate, ma lasciale scorrere, dai loro aria nel loro vaso di sensi e di orbite. Perdonale se il vaso s'incrina, perché è terracqueo - in quanto tuo corpo, il risultato di te - e loro sono di tanto più grandi di qualsiasi altra cosa fra cielo e terra.
Sì, l'aria è sempre più grande dell'aria. Ma l'aria di cui parlo non si misura, ancora, in quantità. Nessun gas industriale la invade, soffocando i suoi figli: solo la decisione estrema.

Non prendere la decisione estrema; ché poi non è nemmeno una decisione, ma semmai un'intenzionalità di rinuncia ad ogni decisione. Non smettere di fallire, fallendo così il fallimento: la morte seconda. Non avere paura di ciò che si apre, fossero anche le tue carni, al sole, correndo come un selvaggio per non arrivare troppo tardi ad un appuntamento che, se fossi felice, ignoreresti. Che vita misera quella che si contempla arrancare senza fiato, come una cornamusa stonata appesa al muro. Ma anche il vaso di Pandora, ignorando il turbine moltitudinario di confusione (ma: una cosa gialla non è rossa, una cosa rossa non è verde), non è altro che Speranza.

La decisione estrema, che qui tu leggi, essendo, com'io un tempo, un forte e vigoroso sputo sul muro delle stelle, l'avrai riconosciuta a volte - ma solo per alcuni tratti - nella tua propria fantasìa, riflessa dalla fascisticamente neutra in-formazione: l'alpinista che non torna indietro, l'accelerazione totale, la droga senza piacere, il monaco Into the Wild di sè stesso, fino a sbrodolarsi addosso la propria stessa mente, piagnucolando come un ossesso "Hare Krishna" o "economia di scala". La decisione estrema non sono loro: perché anche loro - anche nel loro venire meno! - sono l'aria che respiri. La decisione estrema è la tentazione, puramente psicologica, di farla finita, con l'aria, tutta.

Abbi pazienza, insomma; non prendere la decisione estrema. Quanto a dire: non credere che una qualsiasi decisione possa essere mai estrema - se non quella che la vita stessa, eventualmente, prenderà per te (per mezzo di te) (su di te).

domenica 20 aprile 2014

Prodromo nevrotico

"Sia come sia",
"boh, vabbé",
pragmatiche parole del popolo,
per volare via, lontano...
non più qui, con codesto
crampo cretino in testa
che mi frena tutti i "sì",
come il sileno d'Atene,
fino, appunto, a morire...
così
          - senza neanche un bacio...

Guarda, non ci voglio pensare.
Una teoria penserò che il pensiero
mi riporti all'odorino del cacio.
Io posso fare senza il Tutto Intero!

mercoledì 16 aprile 2014

Krisis

Frida Kahlo

Quanto è facile avere paura del giudizio degli altri. A volte mi viene quasi spontaneo pensare - riducendosi a livelli da erista ateniese - che persino l'idea di Dio e del suo timore discendano da questo semplice fatto (e se non erro Levinas indicava qualcosa sulla divinità che è per noi il volto dell'altro).
A volte mi viene da pensare che tutti i nostri problemi derivino da questo.

Fenomenologia: trarre un senso da ciò che ci appare. Come trarre il sangue dalle rape. E' veramente fenomenologo un filosofo che non parli di ciò che vede, che pensa che ciò che vede parli da sè (il "trascendentale")? E d'altro canto non è forse ciò così tanto meno rischioso che trarre il sangue dalle rape?
C'è poco da fare, abbiamo paura del giudizio degli altri.

In questi giorni ho scritto un appuntino su Nietzsche e Hegel e il cristianesimo. E' stata una cosa un po' sofferta. In effetti se ho molto rispetto per Nietzsche è perché ha così poco tenuto conto della paura del giudizio degli altri da arrivare a farsi anche più male di quanto se ne sarebbe fatto rimanendo chiuso in una qualsiasi coscienza infelice. Se poi ho molto rispetto per Hegel è perché è stato così tanto spudoratamente fenomenologo da voler provare a insegnarci che le rape non solo sanguinano, ma sono pure umane.
Io invece non sono sempre coraggioso o scriteriato come loro. Per questa ragione oggi vorrei porre questo problema: la paura degli altri. Non pensate forse che essa possa avere a che fare con fenomeni come la depressione, l'ossessività, il senso di colpa, le reazioni isteriche? In effetti io credo che la paura degli altri sia qualcosa di molto profondo, impiantatosi da qualche parte fra la nostra spontanea propensione all'eros come creatività e desiderio fisico del riconoscimento dell'altro e una profondissima ansia che l'umanità che ci è stata donata dal contatto amoroso con quella medesima alterità ci venga sottratta proprio lì dove vorremmo esibirla trionfanti. E' come la paura che le ali mediante le quali stiamo volando si tramutino in un peso che ci faccia sfracellare al suolo; ma il suolo è invisibile. Dopo tutto, si tratta di una paura peggiore della morte. Non è essa infatti la morte della possibilità di desiderare liberamente? E non è forse il desiderio ciò che permette alla vita di ridere in faccia ad ogni morte?

Nietzsche alle soglie della sua follìa definì il cristianesimo "l'unica grande maledizione". Perdeva forse in quei giorni la battaglia di una vita, ma per lo meno aveva l'ultima parola sul nome da lui dato a quel complesso psico-patologico che dai genitori in avanti lo aveva condannato a vivere il proprio desiderio come lacerante problema. In effetti, forse per lui il cristianesimo era ciò che meglio compendiava "gli altri". Hegel, che a riguardo non ho ancora letto, non a caso forse includeva il cristianesimo nello spirito assoluto, questa sezione per noi così sospetta della Fenomenologia, come "religione assoluta". In questo forse i due sarebbero stati d'accordo. E' questa forse la cifra di tante nostre crisi, dalla paura di scrivere un post al progressivo sfarinamento del corpo sociale: l'assolutezza altrui sopravvive alla fine delle sue giustificazioni.

domenica 13 aprile 2014

La bellezza che amo

Lo scenario è la mia prima giovinezza; il tema è l'amore sensuale come auto-trascendimento del corpo in un'esperienza creativa puramente umana. Stavo in un monastero buddhista a fare un ritiro di meditazione. Lì incontrai una volontaria, di origini asiatiche, le cui carni rosee e gli occhi perfetti stimolarono in me reazioni kundaliniche inconsulte. Pensieri impuri che ti assalgono in un ritiro buddhista: storia dell'umanità storica. Non le parlai mai, ma scrissi una poesia, di getto, che poi lasciai su un davanzale del monastero-castello, in un impeto di romanticismo decadente che - ma non l'avrei mai ammesso - già gridava vendetta contro ogni forma di religione. Da allora questa piccola manciata di settenari è rimasta come una sorta di vessillo ad indicarmi una concezione della bellezza tanto immatura e astratta - appena abbozzata, come un germoglio - quanto, per qualche ragione, per me sempre attuale.


La bellezza che amo è
di quell'unico corpo
steso fra terra e cielo
allo sguardo una sera
offerto, sì qual vero,
senza resto, un fiore.
Di lì nei miei pensieri
e nel cuore diventa
apertura, nè invano
al momento m'appare
quella carne coi drappi
e gli odori a giacere.
Vuoti sì, certamente,
ma pieni dell'acque
onde alle volte io stesso
ebbi la vita, io pure
corpo maturo al sole
a cadere nel fumo.


“È per me una melanconica felicità vivere in mezzo a questo gomitolo di stradicciuole, di miserie, di voci: quanto piacere, quanta impazienza e brama, quanta assetata vita e ebrezza della vita si rivelano qui in ogni istante! Eppure, per tutti questi esseri tumultuosi che vivono e hanno sete di vita, ci sarà presto tanto silenzio! Come alle spalle di ognuno sta la sua ombra, la sua cupa compagna di viaggio! È sempre come nell’ultimo momento, prima della partenza d’una nave di emigranti: abbiamo da dirci più cose che mai, l’ora incalza, l’oceano con il suo desolato silenzio attende impaziente dietro questi rumori, così bramoso, così sicuro della sua preda! [...] Come è strano che questa unica sicurezza e solidarietà non abbia quasi nessun potere sugli uomini, e che essi siano ‹ben lontani› dal sentirsi quasi la confraternita della morte! Mi rende felice vedere che gli uomini non vogliono assolutamente intrattenersi nel pensiero della morte! Sarei ben contento di far qualcosa, per rendere loro il pensiero della vita cento volte ancora ‹più degno di esser pensato›.ˮ

F. Nietzsche, La gaia scienza

(Ma questo pensiero brancolante, così vago e fallibile, lanciato verso l'orizzonte irraggiungibile e perciò stesso così infinitamente voluttuoso - non è esso stesso il cuore della poesia?
Ma se così stanno le cose - dove sta, la poesia, in questo scritto che vi ho appena consegnato?)

giovedì 10 aprile 2014

[Introibo ad altare dei]

Geppetto felice

"L’essenza dello Stato come della religione è la paura dell’umanità di fronte a sè stessa."

F. Engels, citato da C. Schmitt in Teologia politica

(Ma se la teologia di fatto si risolve in una politica, non potremmo forse iniziare a fare politica come se fosse una teologia?)

mercoledì 9 aprile 2014

Profaino

Gli angeli sono scuri, fanno paura a chi non ci vede chiaro. Si vestono di luce per sedurre i boccaloni, per colargli in bocca il nettare di un amore intossicante. Se dismettono gli abiti li concepisci quali condottieri babilonesi, il volto ambiguo - li puoi solo sognare - ma scuro e irato, come padri di famiglia. Questo qui, in particolare, mi viene a dire che dovremo infine soccombere ad atroci sofferenze: è necessario. Rimembro un altro sogno depositato nel corpo e tra le membra ricordo generazioni infinite di esseri compressi in complesse piramidi, per vaghi eoni, su pianeti altri. Qualcuno me lo mostrava in chiave esoterica. "E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" Vorrei liberar - ribellarmi, ma sum dignus, per cui chiudo il becco. Non posso più cinguettare. Passa del tempo. Vedo centocinquantamila cinguettii andare al macero, carne già morta da viva per astratta necessità meccanica industriale, e mi avvedo che il sogno concepiva ciò che io non riesco nemmeno a capire. Profezia come rullo compressore: il corpo si è fatto flatus vocis. Il dolore è l'unica cosa per sempre invisibile - ma stavolta è tutto vero, e infatti a me non succede un cazzo. C'è consolazione nel rendersi conto che il mondo non finisce, che l'apocalisse è su questa terra sempre il destino d'altri? Da un lato l'orrore, dall'altro la noia. Qualcuno mi dice che ha paura per la sua incolumità per via di partiti politici: la parte per il tutto. In questa eterna sineddoche de noartri parte-cipare significa fare a pezzi un pulcino. Non so come fare, forse dovrei attivarmi. E' da ieri che vorrei vomitare, ma non so come fare.
(Nel sogno poi l'angelo tornava a rompere, perché di fronte al dramma mi vedeva integro nel prendere parte alla mia comunità. Non coglieva la cosa - ha le gambe rigide, non può abbassarsi - e non comprendeva. Io ringhiavo, e fra i denti sfuggivo a me stesso: "TU NON SAI COSA VOGLIA DIRE PERDERE OGNI SPERANZA". L'angelo prima pensava di tagliarmi la gola, poi cedeva per rispetto e mi augurava che potessimo reincontrarci "nel Consiglio": dopo la morte predetta. Ma se a morire sono i pulcini io rimango senza consiglio, con la lama fra i denti)

domenica 6 aprile 2014

(senza titolo) (2013)

Riponi dunque codesto compasso;
accatastiamo gli strumenti
oltre il cerchio della luce
agli animali,
ove si va a tatto e se è inverno
                                                 dolenti.
Ah, esser come gli animali: i
salvatici cani la domenica mattina,
generosi, latranti,
cacanti, odorosi...
                                   ansiosi di invaghita selvaggina.
Quasi mi chiedo se il problema sia...

                                                            di verso.
(quest'inciampo del pensiero,
ostacolo ostinatamente ricercato
tardi alla sera, il culo inchiodato
avaro alla seggia...)
- ma facendo così ho già divagato.
E allora via,
vieni, andiamo via da qui,
per i campi di quel verde bagnato
che ricordi ancora inerme,
laggiù ai vagiti del peccato, la prima
comunione... 
già soli al sole freddo e internale,
fra crinoline di nebbia
cocciuta ai bassi delle strade,
quando strano era ideare
                                             il potere,
                                                                strano
chi vedevo vedermi osservare
l'ostia in processione dall'altare
                                                    - il corpo
di Dio.

Fin da allora la forma prese a puzzare.

Vorrei, te ne prego, ritrovare
il colore viscerale,
                                   l'aria
                                   ch'arieggia la mente,
un caldo centrale temporale.

L'emozione.

                      Qualcosa che cambi
incessantemente
                                      - come il tempo;
che come il tempo ci corrisponda.
Ricordi quando giacendo ai
colpi di cannone della sorte
del cervello, il tremendo dolore
fissandoti a giorni sdraiato
sotto al circolo del sole in quella
                                                                      brandina,
                                               davanti casa...
quanto
              pieno fu il senno
di quei sottili cambiamenti?
I cenni
             affabili
                          della brezza
             tranquilla,
                                 della folata
            di vento, la luce a nascondino
colle palpebre silenti, febbricitanti...
                                                            insegnandoti
                                   a guadagnarti il pane,
scampare la giornata...

Se ricordi, lascia andare troppi accordi:
sii poeta,
quanto a dire scrivi del che
passa dal mattino alla sera
agli angoli delle strade che tu
                                                appropriatamente
assiduo frequenterai;
come se fossero quelle brezze, quelle
carezze
              - come fossero nuvole
che sogni nel dormiveglia sporco
dopo una festa.
                               Basterà una parola
a far musica acre, fumosa,
                                                popolare, persino,
figurazione già
matura,
prima che la mola e la lima
                                                 che troppo osa
la insuperbiscano e resti
                                                 sola, sola,
troppo sola.
(sola come me, quando fuori
cerco il calorfiamma di un sorriso,
quasi le donne mi intuissero
errori o orrori che io non vedo,
quaggiù nel deserto mio decennale.
E sono strade, ed è luce serale
e freddo).

E sono strade, ed è luce serale
                                                  e freddo:
scusami, parlo troppo
di me
e parlo male. Neanche so il perché
(ne se'l sapessi potrei'l dire).
Ma prova, ti prego, a ululare
un ultima volta, come il cane che sei,
                                                              oltre
quel dire,
                         perché
- perdona l'ardire -
                                     c'è bisogno.
Lascia stare la parola.
                                     Soffia
sulla brace del cuore e una creatura
                                                             ascolta
(come il fumo)
                          nascere, densa
non dalla misura           -          non dal comparare
                          ma da questo dolce naufragar del sentire,
giù
giù
in quel mare che non pensa.

(Prova finché l'ansia non si addensa!)

venerdì 4 aprile 2014

[Le origini della specie]

L'io, questo al di là dell'Altro...

Il fenomeno, questo al di là del concetto...

... non sono anche immediatamente la "vita vera", di contro all'"astratta filosofia"?

Così impariamo che la verità ama nascondersi, sì - ma soltanto quando la trovi (perché, io credo, ama essere trovata fino all'eccesso).

mercoledì 2 aprile 2014

Prospettive storico-psichiatrico-teoretiche sul buon caffè invernale (parte II)

Filosofia del linguaggio

Secondo: piccola teoresi dell'incontro come reciproco dono.

Torniamo ora al momento del caffè in quanto tale. Il carattere feticistico del capitalismo può forse spiegarne la storia; il fondamento neurologico dei nostri stati di coscienza può forse darne una caratterizzazione strutturale. Ma non dimentichiamoci che, in quanto esseri umani, dobbiamo sempre proiettare ciò che per noi ha valore su un orizzonte di trascendimento del conosciuto. Quel momento in cui incontro il barista, lo saluto, vivo con egli un reciproco ri-conoscimento, con tutto il suo carico affettivo di risveglio di un'acuta - per quanto sempre in divenire - percezione del senso della vita; quel piacere che inizia e forse quasi consiste nel fisiologico - ma che irriducibilmente appare come altro - io dico che non può in alcun modo essere ridotto ad una spiegazione scientifica. O, per meglio dire, la spiegazione scientifica è una ri-velazione, per dirlo heideggerianamente, di una verità che costitutivamente trascende lo spiegare. Ci sono stati momenti in cui, incontrando il barista, ho visto nei suoi atti un invito a comprendere problemi che fino a quel momento mai avrei potuto immaginare.
Non dico in fondo niente di nuovo: l'epopea della fenomenologia novecentesca si basa, al di là della diversa consistenza metafisica o antropologica delle varie posizioni, proprio su questo fondamentale riconoscimento. Mi distingue da essa - per quanto so di questi argomenti, per me ancora poco esplorati - un concetto squisitamente wittgensteiniano (e che poi sto ritrovando in Hegel) della vacuità e in ultima istanza dispensabilità del fenomeno come datità, come autoevidenza, come, per l'appunto, fenomeno stesso. Di fatto, io credo, il fenomeno è prima di tutto un termine del linguaggio e finanche un concetto, e dunque un qualcosa che preesiste e sopravvive al suo essere percepito e che ha le sue radici nella logica della vita, prima che nella percezione (sebbene sostanzi di sè e dia per così dire il corpo ad ogni percezione). Ma se ora io volessi evitare di cadere scontatamente in una discussione sui pro e i contro dell'approccio fenomenologico a questo - filosoficamente vitale - problema, potrei infine rivolgervi una domanda: è possibile, o è magari persino già stata realizzata, una fenomenologia che permetta di tracciare il fenomeno come ciò che si dà al soggetto e che dal soggetto, non tramite un'intenzionalità trascendentale, ma tramite l'intenzionalità del linguaggio, riceve infine la propria forma?
In altri, più semplici termini: siamo noi in grado di comprendere il nostro stesso vivere come poesia?

(Dice Wittgenstein nella vecchiaia: "Le parole sono azioni." Ma se è così allora anche le percezioni! Infatti: "Come si può per tutta la vita viaggiare nello stesso piccolo paese e credere che non ci sia nulla al di fuori di esso!")